
Artisti e progetti
Andrea Marzagalli e William Fernando Aparicio
After – Quello che rimane
ArtistiAndrea Marzagalli | William Fernando Aparicio
- Mostra a cura di
- Claudia Ponzi
- Periodo della mostra
- 9 – 23 settembre 2026
- Testo critico di
- Christian Pippa
Nella sua natura di dispositivo tecnologico in grado di catturare il reale, la fotografia, con ormai una lunga storia durata quasi due secoli, ha avuto, e per alcuni tratti continua ancora ad avere, un rapporto intrinseco, quasi viscerale, con lo spazio che ci circonda. La macchina fotografica, quando puntata sul soggetto, riflette il suo passaggio nel mondo, diventa la prova tangibile, o secondo Rosalind Krauss “la traccia”, della sua corporeità che attraversa il reale.
Se però da una parte la fotografia diventa traccia di qualcosa, dall’altra, sempre in quanto dispositivo tecnologico, affianca l’occhio umano, assumendo quindi la sua capacità di visione. Come traccia dell’esistenza, l’essenza del fotografico non ha come soggetto esclusivamente persone, o più in generale avvenimenti, ma rappresenta anche la possibilità di visualizzare il rapporto che intratteniamo con lo spazio, o più nello specifico con il paesaggio: quella porzione di territorio che spesso, proprio per i suoi aspetti materiali, suscita in noi qualcosa che ci smuove e investe la nostra sfera emotiva e, nello specifico, la nostra capacità di ricordare.
Con l’avvento del digitale, la traccia fotografica perde progressivamente importanza fino a scomparire, per lasciare il posto a quell’immenso oceano di pixel e di colori luminosi a cui siamo ormai abituati e che Joan Fontcuberta definisce come Postfotografia, ovvero un flusso continuo di dati elettronici che non ha più alcun rapporto con il reale e che genera un’immagine intrinsecamente autoreferenziale. Con l’immagine postfotografica, lo spazio, e di conseguenza il paesaggio, cessa di avere un referente esterno nello spazio concreto, per aprirsi verso nuove possibilità espressive, che lo collocano sul sottile confine tra frammentazione e ricomposizione visiva.
Due visioni differenti, forse proprio per questo complementari, lasciano intravedere il rapporto che unisce fotografia e paesaggio e le modalità con le quali il fotografico, e più nello specifico il digitale, proprio in quanto medium, riesce a influenzare la nostra percezione del paesaggio stesso. Tra visioni inedite di particolari inaspettati, selezionati attentamente dall’occhio dell’artista, e grandi vedute in cui lo spazio sembra aprirsi e deformarsi in un flusso continuo, emerge in questa mostra l’ambiguità e la forza espressiva della fotografia in un’epoca come la nostra, in cui l’immagine, diventata ormai da tempo oggetto digitale, è alla portata di chiunque.
Attraverso immagini fotografiche che mantengono una staticità di sapore quasi metafisico, si sviluppa la ricerca di Andrea Marzagalli (Milano, 1983), un artista che usa la fotografia come strumento per vedere meglio la realtà e scorgerne gli aspetti che passano in secondo piano e che, spesso, per abitudine, non vengono notati. Le fotografie dell’artista milanese sembrano nascere da uno sguardo che si insinua nel reale, alla ricerca dei suoi dettagli più intimi da restituire mediante una sospensione grazie alla quale l’inedito e l’inosservato possano emergere sulla superficie dell’immagine stessa.
Per Marzagalli, l’atto fotografico non si limita a essere una semplice registrazione dei luoghi in cui si trova, ma diventa l’occasione per trasmettere, attraverso l’accurata scelta di dettagli e inquadrature, una serie di sensazioni che possano, a loro volta, portare verso una riflessione più profonda. Nelle sue fotografie il paesaggio assume dunque una valenza quasi straniante, che strappa quel velo di quotidiano a cui siamo abituati e ci aiuta a sviluppare un nuovo modo di vedere, una visione più profonda della realtà e dei suoi aspetti non immediatamente percepibili.
Se Marzagalli manifesta una poetica basata sulla sospensione e sul dettaglio, le opere di William Aparicio (Colombia, 1985), al contrario, sono attraversate da una sensazione palpabile di velocità e frenesia dove, proprio come nel mondo odierno, non vi è la possibilità di soffermarsi, ma esclusivamente di accumulare, in questo caso pixel, che andranno poi a depositarsi nell’immagine, creando così dei paesaggi che appaiono quasi irriconoscibili e, di conseguenza, trasformati nella loro forma.
Le opere di Aparicio partono da una pratica che gioca in modo sottile tra i limiti del fotografico, dove quest’ultimo permette, tramite il contatto tra il sensore dello scanner e una serie di video selezionati dall’artista, un processo dinamico, in cui il reale può subire delle modificazioni inedite che determinano la natura stessa dell’immagine. L’interazione tra il sensore dello scanner, che solitamente ha la funzione di fissare il visibile attraverso un’immagine statica, e i video sullo schermo, che contengono per loro natura delle immagini in movimento, genera una fotografia che non può più essere qualificata come la cattura di un istante, ma diventa in questo caso la traccia, ovvero il residuo, di un processo messo in atto dall’artista.
Nelle opere dell’artista colombiano, dunque, il paesaggio mantiene solo un sottile riferimento con il reale e sembra essere composto da un insieme eterogeneo di frammenti visivi che rientrano, grazie alle tecniche del digitale, all’interno di un flusso ininterrotto, formato unicamente dalla stratificazione di un numero indefinito di pixel.
Come suggerisce il titolo della mostra, le opere di questi due artisti, che per visioni e tecniche impiegate differiscono molto tra loro, mostrano le potenzialità espressive di ciò che rimane a seguito di un procedimento artistico. Nella sua essenzialità, quello che rimane all’interno dell’immagine, sia che venga usato come mezzo per portare alla luce aspetti della realtà non immediatamente percepibili, sia che diventi la modalità con cui evidenziare la nostra relazione con il digitale e, di conseguenza, con il mondo contemporaneo, deriva da un’attenta selezione: di dettagli e inquadrature nel caso di Marzagalli, di processi postfotografici nel caso di Aparicio.






